“Facite ammuina”…

Gli osservatori internazionali ci guardano, l’Italia è sotto esame (per il momento è rimandata a settembre) a causa di una certa faragginosità nella presentazione dei programmi quasi sempre  obbligati a successive correzioni, a causa del “si promette ma non si mantiene”.
Sembrerebbe che, al momento della resa dei conti,  i governanti italiani,  di qualsiasi fede politica, preferiscano ripescare la vecchia abitudine di casa nostra:  fare ricorso all’arma delle Grida Borboniche, in particolare all’ Art. 27 della Real Marina del “Facite Ammuina”


[Facite Ammuina veniva usato in caso di visite a bordo di Alte Autorità del regno.]

La democrazia non ha leggi contro il cattivo gusto, forse perché in una democrazia la maggior parte di quelli che fanno le leggi non riconosce il cattivo gusto quando lo esercita, o forse perché nella nostra democrazia il cattivo gusto è stato convertito in…un bene di consumo!” (William Faulkner)

 

 

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Scrivere.

La scrittura è tornata ad essere una necessità di vita, la maniera che consente di superare la mia quotidianità e il caos del variegato mondo del mio sentire, il peplo di una novella Penelope che ogni giorno si compone e ogni notte si sfalda per ritessersi al nuovo sorgere del sole, la nassa tentatrice che sospinge le parole dal telaio di vite trascorse e parallele.
Il significato si mescola al significante, le immagini attingono alla memoria filtrate dalla coscienza, altre storie mi appaiono nel sogno sulla linea di delimitazione tra immaginazione e realtà.
L’obnubilamento si dissolve alle prime luci dell’alba, la nebbia si sfilaccia e le sillabe si affrettano a offrirsi scevre da ritmi rigidi.
Parole in uscita libera, spesso ingovernabili ma sempre governate da un esercizio rigido che ricuce il conflitto dei diversi piani di interpretazione della vita.

Ogni giorno devo scrivere qualcosa o la mia mente va in astinenza, il mio stomaco si torce per crisi iposillabica, il senso non si appaga.

Adorabili streghe.

“Dichiaro che molte delle donne che condussi al rogo per presunta stregoneria, non ve ne era una sola della quale avrei pouto dire con certezza che fosse una strega…”(F.von Spee, confessore delle streghe di Wurzburg)

Il libro preferito di Gaia, un’adorabile bambina di circa 8 anni, è una raccolta di racconti sulle streghe, i loro usi e costumi, le loro abitazioni, le loro magie e sortilegi e altri orripilanti fatti legati alla categoria.
Di solito i bambini temono streghe, uomo nero e diavoli, per cui questa preferenza per una categoria così temuta fino ad un certa età mi ha fatto riflettere: le streghe sono poi così malvage?

La tradizione vuole che già in età classica si conoscessero magia e fenomeni occulti, ma sembra che solo con l’avvento del cristianesimo essi acquistassero fama di pratiche tese al male, scaturendo, secondo Santa Romama Chiesa,  da un potere sinistro. Saltando a pie’ pari i secoli che ci separano dai roghi e dalla caccia furibonda alle streghe, secondo la psichiatria moderna la strega altri non è cheuna deformazione intrapsichica dell’aspetto cattivo della madre (E.Servadio)” anche per tutti noi che abbiamo avuto una madre dolce e benevola.  Forse ha ragione Jung quando dice che nel mondo moderno la strega “incarna i desideri della psiche che sono incompatibili con l’IO”.

E’ illuminante il fatto che, a distanza di migliaia di chilometri, in posti diversi del globo, alle streghe vengano attribuite le medesime azioni, gli stessi riti, le identiche magie, le stesse caretteristiche fisiche: la caccia alle streghe diventa cosi’ una”valvola di sicurezza sociale (T.Szasz)”, né piu’ né meno che certe pratiche della psicanalisi tendenti a tirar fuori l’uomo o la donna nera che e’ in ciascuno di noi.  E allora impariamo ad amare anche quelle streghe degli incubi di noi bambini, immaginando il loro volo sulle scope in un cielo sempre piu’ inquinato(…leviamoci per la nebbia e la lurida aria -W.Shakspeare).

La strega che opera magia a fin di bene o per dare piacere, viene definita fata ed allora la sua presenza viene accettata, anzi auspicata, non solo tra i bambini, anche e molto tra gli adulti: voi uomini quando incontrate una donna bellissima meditate perché potreste diventare vittime inconsapevoli ma consenzienti di vere e proprie streghe: non per niente, in un vecchio ricettario magico del XVI secolo viene detto” per catturare le streghe, mettere due testicoli di volpe uno da un lato e uno dall’altro della casa e tutte le streghe presenti nell’intorno si accapiglieranno per quelli e….”.

Allacciate le cinture.

 

“Ogni donna è casta se non ha chi…trova la chiave!”
(Boretor)

Che la castità non fosse più portata in dote dalle giovani spose ai gelosi mariti è un dato acquisito ormai da diverse generazioni.
Secondo la dottrina cattolica la castità è “una virtù morale annessa alla temperanza e regolante l’inclinazione sessuale”. Essa si presenta sotto due forme: castità assoluta o perfetta e castità imperfetta o coniugale, per la quale l’inclinazione sessuale è finalizzata, previo indissolubile matrimonio, alla procreazione. Ogni altra pruderìe o desiderio o impulso fisiobiologico costituisce, secondo la morale cattolica, peccato grave.
La castità assoluta è ormai appannaggio di suore o di isolate/i donne e uomini, ma quella imperfetta credo non esista quasi più. Quanti “peccati gravi ” si consumano oggi tra la folta schiera dei cattolici credenti? E’ impossibile anche solo immaginarlo, ma, per fortuna, nessuno si prende il disturbo di fare un censimento o una di quelle indagini psico-bio-sanitario-costumistiche tanto di moda, su un argomento come la castità.
Però – e qui si fa furbo il marito o l’emiro o il fondametalista religioso che teme di perdere la “dote” portata dalla propria moglie e ritrovarla trasformata in appendici ramificate sopra il proprio capo: la salvezza viene, ancora una volta, dalla cintura di castità di medioevale memoria. Scomparsa, pensavamo!
Invece è un articolo ancora molto richiesto, tanto che il maggiore fabbricante di siffatte cinture, un artigiano umbro produttore di oggetti medioevali, è sommerso dagli ordini provenienti da uomini di tutto il mondo, soprattutto mediorientali. I quali però non hanno ancora del tutto assimilato che la donna ne sa una più del diavolo: suggerirà, per esempio, al caro marito che parte per un viaggio d’affari intorno al mondo, di lasciare la chiave sotto lo zerbino così al ritorno non dovranno perdere tempo per cercarla nella borsa da viaggio zeppa di cose messe alla rinfusa!

Mi incuriosice molto sapere come fanno gli emiri a ricordarsi qual’è la chiave di ciascuna delle donne dei loro harem: Saranno stati così furbi da affidare il mazzo delle chiavi con l’ identificativo ad un rassicurante eunuco?

Un oggetto da desiderare.

E’ inutile negarlo: la donna, per molto uomini, rimane ancora “l’oggetto” maggiormente desiderato. Soprattutto il suo corpo, “la carne” come avrebbe detto Simone Weil, il varco attraverso il quale tutte le emozioni e i desideri trovano appagamento, la realizzazione dell’ Amore. E’ piuttosto, quello che molti uomini chiamiamo Amore per la propria (ma anche altrui) donna, una necessità furiosa di possedere, “il gusto della proprietà” come scriveva Baudelaire, il bisogno gridato di un surrogato di religione, il diritto sulla fisicità dell’altro, la sete e la fame che ingannano i sensi, l’Amore: mistero dei misteri, l’Amore, dicono sia il motore dell’esistenza. Può darsi.
Simulacro pagano il corpo di lei attrae, mentre l’anima alberga in altre misure. E qual è la bellezza di una donna? Un viso angelico, un corpo da pin-up, occhi languidi verdi o azzurri, una cascata di capelli oro o rame? Difficile stabilirlo.
Vi racconto questo.

Nella Trafalgar Square londinese uno dei quattro plinti per le statue è rimasto vuoto fino al 2003. Vuoto fin dalla sua costruzione, dopo che nel 1841 i soldi per la statua a re William IV a cavallo non erano più stati sufficienti, il plinto, su decisione della Commissione “Fourth Plint”, ha avuto per quindici mesi (2003) un “ospite”, che ha suscitato clamori e polemiche ancora prima di esservi collocato.
Si tratta di una statua in marmo bianco alta 4,5 metri raffigurante Alison Lapper, un’affermata artista inglese. Cosa c’è di strano? Beh, Alison Lapper è una donna disabile, con menomazioni nel corpo.
Disabilità, bellezza, mostruosità: ma qual’è il riferimento estetico della bellezza? Ogni persona può o non può apparire glamour agli occhi degli altri, ogni donna vuole essere guardata, ammirata, mai additata.
Alison Lapper ha avuto così l’unica possibilità che il suo deforme corpo potesse essere ammirato perché assimilato ad un opera d’arte. E la statua, in quanto opera di un artista, diventava oggetto del desiderio.

Si parva licet…(Virgilio Georgiche, libro IV verso 176)

Tempi sospetti per l’italico colloquiare legato alla politica, dove  la par condicio influenza tutti i nostri atti quotidiani, persino i più intimi: si rischia la crisi istituzionale anche tra le mura domestiche se ci si attarda a parlare più dell’ uno che dell’altro politico.
La aequitas condicionis (o par condicio) era cosa già auspicata dai Cristiani e dagli Umanisti, nonché la par condicio creditorum  era  e rimane  buona norma giuridica applicata nei confronti sia dei debitori che dei creditori .  Ma noi che siamo creditori, cittadini votanti,  come saremo trattati rispetto ai nostri politici debitori?
Gli inglesi (e/o) gli americani che hanno notoriamente invidia della mancata discendenza, linguisticamente parlando, dalla civiltà romana,  ogni tanto ci rubano qualche modo di dire  e lo applicano alla finanza, alla letteratura (ove  fa testo la parola suspense per esempio), alla comunicazione (media, mass-media), alla politica.
In politica, par condicio quindi,  diventa un diritto tacitamente acquisito, spesso vuoto di sostanza, un semplice equal time  per contendenti di una singolar tenzone!  Che nel Bel Paese tradotto in romanesco (Roma, teatro della farse!) vuol dire “an vedi quello!!! j’è stato alla tivvi cinque minuti più di me e pure mascarato più di me!!!”
I miei interessi sono e restano nel solco strettamente letterario, ma il giorno in cui  mi sono imbattuta nelle  Glosse del glorioso Edoardo Sanguineti non ho saputo resistere alla tentazione di appropriarmi del testo (qui sotto postato) e  calarlo nella realtà contingente dei dibattiti semicomico-drammatical-politici che abbiamo di fronte ogni giorno, in par condicio naturalmente, valendo cioè i termini della questione per l’una e l’altra compagine.
Di questa mia vecchia lettura desidero farvi omaggio….

SIAMO TUTTI POLITICI E ANIMALI
premesso questo, posso dirti che
odio i politici odiosi: (e ti risparmio anche soltanto un parco abbozzo di
[catalogo esemplificativo e ragionato): (puoi sceglierti da te cognomi e nomi, e sparare
nel mucchio): (e sceglierti i perché, caso per caso)
ma, per semplificare,
ti aggiungo che, se è vero che, per me (come dico e ridico) è politica tutto,
a questo mondo, non è poi tutto, invece, la politica: (e questo mi definisce,
sempre per me, i politici odiosi, e il mio perché:
amo, così, quella grande
[politica
che è viva nei gesti della vita quotidiana, nelle parole quotidiane (come ciao,
pane, fica, grazie mille): (come quelle che ti trovi graffite dentro i cessi,
spraiate sopra i muri, tra uno slogan e un altro, abbasso, viva):
(e poi,
lo so che non si dice, ma, alla fine, mi sono odiosi e uomini e animali)

(e. sanguineti, glosse)